TÀIJÍQUÁN

RELAZIONI TRA LA SCUOLA CHÉN E LA SCUOLA YÁNG

E

LA SINTESI DELLO YÌQUÁN

 

 

 

Prendiamo in esame queste due scuole in quanto sono quelle da noi praticate e studiate e che comunque hanno ispirato le scuole successive.

Nella scuola Chén, in particolare nella prima forma, si rileva che il training sul movimento a spirale viene condotto prevalentemente sulla massima lunghezza strutturale, in senso laterale al corpo, nella posizione del cavaliere (Ma Bù), di conseguenza è molto evidente.

Nella scuola Yáng il movimento a spirale viene allenato sul piano sagittale, quindi sulla minima lunghezza strutturale, nella posizione dell’arco (Gōng Bù) ed è meno appariscente.

Nello Yì Quán lo si allena sul piano laterale e frontale nel contempo nella posizione a T (Dīng Bù) e non lo si nota esternamente.

Il movimento a spirale caratterizza le arti marziali taoiste da tutte le altre e lo si ritrova anche nel Bā Guà Zhǎng e nello Xíng Yì Quán.

Di per sé non rappresenta ancora il movimento cosiddetto “interno”, ma è la chiave indispensabile per poter accedere allo stesso.

Per i principianti è preferibile un approccio al Tàijíquán con la scuola Chén.

Il primo obiettivo è quello di ricostruire una mappa corporea che ripecchi il corretto allineamento articolare, per questo si alternano esercizi di allungamento a esercizi di rilasciamento.

Questi esercizi variano da scuola a scuola e si possono dividere in due branche principali.

Il Power Stretching che si riconduce alla pratica dello Yìjīnjīng, esercizi per tonificare muscoli e tendini, dove si applica forza muscolare in modo isometrico.

L’allungamento passivo, Zhànzhuāng, dove l’allungamento muscolare viene fatto senza contratture, ma adattando la forma in modo che sia la forza di gravità e non quella muscolare a ricondurre ad un più corretto allineamento.

Per quella che è la struttura occidentale o comunque dei paesi ad alto tenore di industrializzazione è auspicabile dedicarsi a entrambi.

La mente ha bisogno di un certo tempo per entrare in contatto col corpo e rilevarne la mappa fisiologica, soprattutto quando il corpo è in movimento.

Per un principiante, tanto più lungo è il percorso della trasmissione del movimento all’interno del corpo, tanto più tempo ha la mente per registrarlo.

Con la scuola Chén il movimento a spirale coinvolge muscoli tendini e ossa; con la scuola Yáng il movimento a spirale viene maggiormente interiorizzato, interessa più le ossa che i muscoli; con lo Yì Quán il movimento coinvolge l’interno delle ossa.

Non bisogna escludere che con la pratica di ogni singola scuola si arrivi comunque alla sintesi, anche se è utile fare alcune considerazioni.

Praticando lo stile Chén si corre il rischio di accontentarsi degli effetti comunque soddisfacenti che possono derivare da un uso appropriato del movimento a spirale e se non ci si evolve nella pratica, si rischia di ricadere nell’uso della forza muscolare per ottenere migliori risultati.

La scuola Yáng può ingannare molti sulla morbidezza e lentezza del movimento, che è comunque vuoto e completamente inefficace se il corpo non è stato adeguatamente preparato e correttamente allineato, questo non solo per l’aspetto marziale, ma soprattutto per quello salutistico.

Lo Yì Quán è senza dubbio la pratica che richiede più pazienza, più costanza, più perseveranza e che dà risultati soddisfacenti solo dopo lungo tempo.

Ciò che bisogna prendere in considerazione quando si affrontano queste discipline è saperne cogliere il percorso evolutivo, che implica comunque molto tempo di pratica e non permette di bruciare tappe.

Ogni scuola si presenta con molti anni di pratica alle spalle, gli allievi dovrebbero sapere che per raggiungere certi livelli è necessario un percorso d’apprendimento che richiede tempo, dedizione e pazienza e che non esistono segreti o trucchi di sorta che permettano di bruciare delle tappe.

Molti amano perdersi in una profusione di parole per tentare di spiegare quello che è il processo evolutivo dell’arte marziale taoista, spesso col solo risultato di confondere le idee al lettore piuttosto che al praticante.

Il primo stadio della pratica coinvolge la trilogia Jìng-Qi-Shén e questo vale per tutte le scuole che si rifanno al linguaggio del taoismo.

In realtà questi termini non hanno niente di magico, ma rappresentano, in lingua cinese, quello che è il normale processo di apprendimento di qualsiasi attività.

Quando si impara a guidare un’automobile, ci si perde, inizialmente, sul coordinamento delle azioni da compiere per i piedi tra acceleratore, frizione e freno, con una mano sul volante, l’altra sulle marce e lo sguardo sulla strada.

E’ chiaro che in questa fase bisogna possedere un metodo, che dia la giusta consequenzialità alle azioni da svolgere.

Questa fase si può ricondurre al riequilibrio del jīng, ossia, l’ottimizzazione della forza allo stato più grossolano, materiale.

Quindi al coordinamento mente-corpo.

Quando le operazioni di base sono acquisite si può procedere nelle successive fasi della guida.

Possiamo ritenere che nel momento in cui guidiamo la macchina senza più dover pensare alle operazioni singole separate tra loro, abbiamo realizzato il Tàijí  dell’automobile e abbiamo concluso il primo stadio di pratica.

La successiva evoluzione della capacità della guida, implica un utilizzo diverso della mente e delle nostre percezioni, dando, comunque per scontato, che il corpo abbia acquisito un proprio automatismo nelle operazioni da svolgere, che vengono, di conseguenza, condotte istintivamente.

Possiamo quindi trasferire l’unicità di questo processo di apprendimento a qualsiasi attività umana.

Durante questa fase, le scuole di arte marziale si differenziano solo nel metodo didattico.

Tàijíquán; Xíng Yì Quán; Bā Guà Zhǎng ; Yì Quán ( Dà Chéng Quán) con i relativi stili e sottostili, possono essere praticate indifferentemente singolarmente o contemporaneamente.

Ciascuna di queste scuole ha delle peculiarità che spiccano maggiormente, ma ognuna di queste possiede al proprio interno elementi delle altre.

In Cina, prima del 1600, non esisteva nulla di codificato che non fossero le “pratiche taoiste”; successivamente, per ragioni storiche, sono nate le varie scuole e si sono evolute al pari del linguaggio e della scrittura.

Fra i vari ricercatori in materia un segno di tutto rispetto va al Maestro Wáng Xiāng Zhāi.

Egli, più di ogni altro, seppe uscire dalla retorica e dal conformismo nel quale era caduta la pratica del Gong Fu in Cina in un solo secolo.

Basta leggere i suoi pochi scritti per vedere a quale livello di sintesi egli giunse nella propria ricerca.

In primo luogo egli non amava distinzioni di carattere coreografico tra una scuola e l’altra, così come tra una disciplina spirituale e l’altra, questo non significava un’equivalenza tra scuole e discipline di varia natura, ma una severa critica a quello che si potrebbe definire “campanilismo” dell’arte.

Ogni scuola, ogni percorso può essere valido, se ci si concentra sull’essenza, anziché perdersi negli aspetti esteriori.

Egli colse l’enfasi che il Bāguàzhǎng dava al radicamento, il Tàijíquán allo sviluppo della centratura (bacino), lo Xíngyìquán all’espressione della potenza nelle mani.

Impostò la propria didattica su questi elementi di base, per portare l’attenzione dei praticanti all’essenza dell’arte, anziché sull’aspetto esteriore delle forme o stili e tantomeno delle “tecniche”.

Sviluppò un metodo di studio che venne definito non metodo in quanto una didattica può asservirsi ad esigenze che la allontanano dallo scopo prescelto, per tutta una serie di fattori.

Una “non forma” perché la forma, intesa come tale, nell’ambito dell’ambiente del cielo posteriore, ha dei confini ed è di conseguenza limitata.

Alla sua scuola venne attribuito il nome Yìquán o Dàchéngquán, egli non diede mai una definizione del proprio metodo che non fosse semplicemente Boxe, intesa come Gōng Fū .

Per concludere, Chén, Yáng e Yìquán, ci appaiono oggi, esteriormente e lontano da ogni contesto storico, come tre arti distinte; in realtà se osserviamo quello che fu il percorso evolutivo dell’arte marziale taoista, esse rappresentano i passi attraverso i quali il movimento esterno si organizza nella concatenazione del movimento a spirale, prima sul piano laterale (Chén), poi su quello sagittale (Yáng) quindi si concentra sempre più all’interno del corpo, riducendo al minimo l’attività muscolare e sviluppando lo Yì come motore principale del movimento interno e quindi del suo vigore (Yì Quán).

La forma esterna cambia conseguentemente allo sviluppo del movimento interno, le leggi della fisica tendono quindi ad invertirsi, più piccolo è il movimento esterno, più vigore ha quello interno.

Il movimento a spirale è ciò che caratterizza il Tàijíquán.

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