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1b94. TAI CHI E TAICHICHUAN (testo della conferenza del 25/07/04 a VENEZIA) - Tij Bi H

TAI CHI E TAI CHI CHUAN

Perché la distinzione “tai chi e tai chi chuan”? La distinzione non c’è, ovvero è puramente strumentale, è uno degli effetti prodotti dall’approvazione della legge sulle discipline bionaturali, in Lombardia. Nel corso delle discussioni, ci sono state forti opposizioni a definire la nostra disciplina col suo vero nome, che è Taijiquan, perché il Taijiquan è un arte marziale, e come tale è già regolamentata dal CONI. Ecco quindi spuntare, in alternativa, Tai Ji o Tai Ji Qi Gong,.

È tipico della cultura occidentale etichettare e settorializzare, ma nel caso di una disciplina globale come il Taijiquan dividerne e isolarne i vari aspetti, non è solo un grave errore, ma la dimostrazione che si è capito ben poco di queste arti.

Sull’argomento è stato dato anche ampio spazio ed in modo distorto dalla rivista Arti D’Oriente (in coda al testo si riporta testo di rettifica inviato al dott: G.S.Bertoletti, dallo stesso non ancora pubblicato per ragioni di spazio)

E’ quindi doveroso far chiarezza, non per spirito polemico, ma per rispetto verso coloro che si avvicinano per la prima volta a queste discipline e anche per chi già le pratica da decenni.

Io ritengo che la nostra disciplina, come tante altre, non possa essere inscatolata per sole ragioni di mercato o di corporativismo.

Se non manterremo questo po’ di ossigeno che l’oriente ci ha tanto saggiamente custodito, nella sua purezza e quindi autonomia, noi avremo perso un’ottima occasione di accrescere il senso della nostra vita e il Taijiquan avrebbe perso la sua prerogativa di essere un’arte.

Auspico quindi che da iniziative come questa, promossa dal crt, che da anni lavora in questa direzione, prendano corpo esperienze di ricerca, crescita e sviluppo totalmente estranee a ogni forma di speculazione, che siano un sicuro riferimento per coloro che vogliono trovare dei punti in comune anziché delle differenze, fare del confine un elemento di contatto tra le varie realtà, anziché di divisione, questo insegna la nostra nobile arte.

In primo luogo è utile fare una precisazione sui termini: il nome di questa disciplina viene esposto nelle più svariate trascrizioni fonetiche, bisogna sapere che la traduzione dalla lingua cinese si avvale di ben 7 sistemi di traslitterazione. 

Queste differenze sono atte ad avvicinare il più possibile la pronuncia delle varie lingue occidentali a quella cinese.

I più diffusi sono il Wade Giles per i paesi anglofoni l’ E.F.E.O. per i paesi francofoni e il Pinyin ufficialmente adottato nella Repubblica Popolare Cinese. Vediamo ora come si trascrivono correttamente alcuni termini che riguardano da vicino le discipline alle quali ci interessiamo, con i due sistemi più usati in Italia.

PINYIN: Tai Ji Quan; Qi Gong; Gong Fu; Jing; Qi; Shen; Ba Gua Zhang; Xing Yi Quan

WIDE GILES: T’ai Ch’i Ch’üan; Ch’i Kung; Ching; Ch’i; Shên; Pa Kua Chang; Hsing I Ch’üan

In Italia, per la nostra pronuncia latina e per semplicità, non si usano apostrofi accenti e dieresi.

Il Pinyin tiene conto di una media di lettura tra i vari ceppi linguistici mondiali, a differenza degli altri sistemi che sono tipici per alcuni ceppi linguistici.

Le prime scuole in Italia nascono dietro la guida di maestri provenienti da Taiwan o comunque dalla Cina nazionalista, anche negli USA i vari maestri hanno la stessa provenienza, quindi il sistema che è stato maggiormente usato è il Wade Giles, per via del colonialismo inglese.

Solo negli ultimi decenni la Cina Popolare ha aperto all’occidente una parte della propria cultura, imprimendo una forte diffusione delle arti marziali in tutto il mondo, ed ecco che il Pinyin è diventato il sistema più diffuso.

Quindi l’utilizzo di un sistema piuttosto che dell’altro non è assolutamente discriminante per la qualità della pratica.

Noi abbiamo scelto di adottare il Pinyin, quindi esporrò i termini cinesi con questo sistema.

Il Tai Ji viene rappresentato con il simbolo del Dao, che raffigura, in una meravigliosa sintesi grafica, l’eterno alternarsi dello Yin e dello Yang.

Esso appartiene ad una simbologia alchemica taoista e sta ad indicare il modo equilibrato nel quale la materia, aggregata in forma, entro certi limiti di spazio e tempo, dovrebbe interagire con l’immateriale, cioè quella dimensione non confinata dallo spazio tempo.

L’immateriale viene rappresentato con un cerchio vuoto denominato Wu Ji.

Wu Ji e Tai Ji sono rispettivamente le espressioni di sintesi del Cielo Anteriore e del Cielo Posteriore, descritti nell’ Yi Jing in tutti i dettagli, attraverso la disposizione di 64 esagrammi.

Il termine Quan, letteralmante pugno, si può tradurre con pugilato, boxe.

Di conseguenza il termine Taijiquan sta a significare il pugilato o la boxe del Tai Ji, in italiano non esiste una espressione più elegante, più facile sarebbe in inglese: Tai Ji Boxe; potremmo anche a tutto titolo definirlo boxe taoista.

E’ anche utile citare come si caratterizzano le altre arti taoiste più note.

Il Ba Gua Zhang , palmo degli otto trigrammi, prende spunto dall’interpretazione attraverso il movimento corporeo dell’Yi Jing.

Lo Xing Yi Quan, boxe della mente (cuore mente) prende spunto dal Wu Xin, la legge delle cinque fasi, impropriamente detta anche dei cinque movimenti.

Quindi queste discipline hanno tutte in comune il taoismo, come matrice culturale, e di conseguenza appartengono tutte alla boxe taoista, si differenziano solo nell’esteriorità delle forme.

Un grande ricercatore e maestro, Wang Xian Zhai si interessò di tutte queste arti e sul finire della sua carriera mise a punto ciò che lui riteneva fosse la boxe cinese originaria, orientando l’allenamento all’alchimia interna (Qi Gong) taoista e tralasciando lo studio delle forme.

I risultati da lui ottenuti in parte raccolti anche dai suoi discepoli fecero definire Da Cheng Quan la sua boxe, o più sinteticamente Yi Quan. Entrambi i termini stanno a significare la boxe suprema, il livello più alto di boxe.

Quindi possiamo concludere che il Taijiquan è un’arte marziale, si caratterizza per la pratica del Qi Gong taoista, che fa di quest’arte un percorso globale e non solamente una disciplina da combattimento. Alla pari del Ba Gua Zhang, dello Xing Yi Quan, e dello Yi Quan.

Ogni scuola ha una propria storia e pratica forme o stili diversi, ma questo non ha nulla a che vedere con la qualità di una scuola; nel rispetto delle singole identità, oggi vediamo la presenza di scuole diverse, grazie alla promozione del crt, che hanno scelto le affinità anziché le differenze.

E’ questo che fa la qualità di una scuola, non certo voler primeggiare sulle altre o sviscerare alberi genealogici a dimostrare la propria superiorità.

Quanto tempo perso, nel cercare la paternità dell’arte, tolto alla pratica!

La strategia della boxe taoista è determinata da leggi molto complesse, che vengono espresse nei classici con delle espressioni quali:

Non agire Rendere sostanziale l’insostanziale. Saper ascoltare, aderire e seguire e altre ancora.

Frasi che non sono nulla se non sono maturate con la pratica.

Oggi si parla spesso di arti morbide e dure, ma anche nel caso delle scuole di Taijiquan si trovano distorsioni nell’interpretazione del percorso per l’utilizzo della forza interna e molti cadono nell’uso della forza muscolare se pur ottimizzata al massimo. Lo stesso si può dire per le altre scuole di boxe taoista. Le arti taoiste sono dei percorsi globali di autoelevazione che a differenza di altre discipline, quali il buddismo, hanno un preciso percorso che le accomuna:

1° stadio

riequilibrio del corpo riequilibrio del “respiro” riequilibrio della mente

Sostanzialmente nel primo stadio si sviluppa il proprio Tai Ji

2° stadio

Una volta prodotta l’energia interna la si usa per alimentare lo spirito, a questo punto non serve più fare esercizi col corpo.

3° stadio

praticare il vuoto

L’accesso al 2° stadio è estremamente selettivo, non parliamo del 3°, che è la porta per ragg iungere l’immortalità; il conseguimento del 1° stadio è, invece, accessibile a tutti ed è qui che si colloca l’arte che tanto amiamo.

Nel nostro ambiente, hanno facilmente trovato spazio speculazioni, sia sui termini, che sulle finalità di questa disciplina, che hanno generato due fronti in antitesi tra loro, che potremmo definire gli “spiritualisti” e i “marzialisti”. Noi non ci riconosciamo in nessuno dei due atteggiamenti.

La lotta tra le due fazioni ha come unica ragione quella di difendere una fetta di mercato. Quelli che si possono definire gli spiritualisti fanno leva sulla “sete” di benessere, evasione, calma, rilassamento e cura di sé avvertita dalla stragrande maggioranza delle persone, afflitte dai ritmi di lavoro e di vita imposti nelle città industrializzate e poco disposte a impegnarsi seriamente nel poco tempo libero a disposizione.

La lentezza del Taijiquan, cosa che immediatamente colpisce gli osservatori occidentali, ha favorito lo sviluppo di scuole, che avvalendosi solo di questa caratteristica (che, se pur offrendo numerosi vantaggi al sistema cardiovascolare e respiratorio, sono solo un aspetto della pratica) vedono questa disciplina solo come un modo per stare meglio, per evadere, negandone l’origine marziale e trascurando la parte più importante dell’allenamento, il Twei Shou.

In questo modo basterebbe eseguire qualsiasi movimento al rallentatore per fare Taijiquan, ma il Taijiquan non è una semplice danza al rallentatore.

Gli spiritualisti, come cultori in assoluto della non violenza, pur avendo una maggior presa sulla gente, specie del ceto medio e medio alto, si fanno portatori di illusioni e dimostrano di non aver consapevolezza del percorso tormentato che deve ancora affrontare la nostra specie.

Per dirlo con le parole del Dalai Lama: non si può riempire lo spirito se prima non si riempie lo stomaco.

Purtroppo la nostra specie è passata necessariamente attraverso un cammino molto travagliato, che non si è ancora concluso, per trovare la giusta armonia di convivenza tra i nostri simili e la natura stessa.

Le arti marziali si distinguono dalle forme di combattimento volgare perché il loro fine ultimo è quello di vincere senza dover combattere.

Questo traguardo è sempre stato patrimonio di pochi individui, nell’arte marziale possiamo ritrovare il senso della nostra cavalleria.

Per cavalleria si intende un esercizio che non riguarda il solo uso della forza o di strumenti di offesa, ma la consapevolezza che il proprio agire, a volte per la propria vita, è spesso determinato da un’ insieme di eventi che ci costringe ad usare violenza, fisica o verbale, verso altri, non essendo in possesso di strumenti più evoluti.

Bisognerebbe saper sempre e comunque sviluppare il rispetto verso l’avversario che abbiamo di fronte, come era buona abitudine nelle popolazioni primitive scusarsi con animali o piante, quando, per necessità della propria sopravvivenza, venivano usate per nutrirsi.

La realtà della nostra vita, nonostante il torpore in cui il cosiddetto benessere occidentale ci ha immerso per anni, si mostra sempre più con toni crudi.

La cosiddetta civilizzazione ci mostra la violenza in forma virtuale, quasi come una cosa che non ci appartiene più, già superata, ma le cose non stanno proprio così.

La difesa della propria vita ed esistenza è un dovere, anche se aver la consapevolezza di ciò, non significa dover agire come Maramaldo.

Saper porgere l’altra guancia, anziché ferir di spada, per poi perirne a nostra volta, è patrimonio della cultura cristiana, ma per noi sono ormai solo parole vuote e spesso mal interpretate.

Violenza e non violenza non possono essere poste in antitesi.

Il taoismo, attraverso le varie discipline che ne esprimono i princìpi, Taijiquan compreso, fornisce una chiave molto interessante per affrontare queste problematiche.

Sulla sponda opposta agli spiritualisti troviamo i fautori dell’arte marziale a tutti i costi, spesso delusi dal karate o da altre discipline da combattimento.

Anche in questo caso siamo un po’ lontani dalle finalità del Taijiquan, che, pur essendo un arte marziale, alla sua base ha un duro lavoro di ammorbidimento, non solo del corpo, ma della mente e del cuore.

Il processo per sviluppare il vigore interno, tanto caro ai marzialisti, deve per forza passare attraverso un processo alchemico, un lavoro interno: prescinde totalmente dallo sviluppo della forza muscolare e non conosce la volontà di voler prevalere sugli altri, due cose che fanno irrimediabilmente ricadere chi pratica, nel baratro della pochezza della violenza bruta e che tradiscono l’essenza dell’arte del Taijiquan.

Molti marzialisti sono scesi dai tatami o dai ring solo con le gambe, non con la testa o il cuore.

La separazione di questi due fronti opposti dimostra che né l’uno né l’altro hanno le caratteristiche proprie per lo sviluppo del Tai Ji, in entrambi i casi abbiamo una prevalenza di interesse, qui per il corpo, là per la mente.

Così, per distinguersi, da una parte chiamano la propria disciplina Taijiquan, dall’altra Taiji.

Fatti i necessari “distinguo” possiamo permetterci di dire che siamo praticanti di Tai Ji, con questo senza schierarci con un fronte piuttosto che con l’altro, anche perché per praticare il Tai Ji, studiamo il Taijiquan.

Si può sostenere che studiare il Feng Shui è praticare Tai-Ji, lo studio della calligrafia è Tai-Ji, il massaggio cinese è Tai-Ji, sempre che ne vengano tradotti i princìpi nella pratica, ma non si può dire che il Ta-Ji è Taijiquan.

RETTIFICA INVIATA AD ARTI D’ORIENTE

Milano 15/03/2004

Cc Presidente VII Commissione Consiliare dott. Pietro Macconi
Cc Caudio Parolin
Cc Franco Mescola

St.mo Dott. G.S.Bertoletti,

Le scrivo in merito all’editoriale apparso su Arti D’Oriente marzo/aprile 2004, permettendomi di farLe rilevare alcune inesattezze esposte nell’articolo in oggetto, sottoscritto Gsb.

Il progetto di legge sulle regolamentazione delle discipline bionaturali è nato su iniziativa dei Consiglieri La Russa, Macconi, Valentini Puccitelli, Pezzoni, Monguzzi.

Detto progetto è scaturito da un’esigenza sempre più diffusa di regolamentare una serie di discipline sviluppatesi nell’ultimo decennio, per garantire professionalità dei servizi ad un utenza sempre più vasta e un adeguamento ai parametri ormai affermati in tutta Europa.

Come Associazione abbiamo risposto all’invito dei legislatori offrendo la nostra collaborazione e allargando l’informazione a quante altre associazioni del settore di nostra conoscenza.

In merito alla materia da noi praticata: discipline taoiste, abbiamo depositato relazione della quale citiamo alcuni passi salienti:

“Noi salutiamo con favore l’iniziativa della VII Commissione della Regione Lombardia, in quanto essa consente di proporre il Taijiquan, unitamente alle altre discipline taoiste, in un ambito professionale e culturale più consono alle potenzialità che può esprimere, che ci permetterà di allinearci a tutto titolo, anche se solo come Regione, ai maggiori stati Europei.

Riteniamo inoltre che l’attuale situazione sommersa sia all’origine di una spiacevole conflittualità tra le scuole e dia spazio a speculazioni da parte di settori nei quali non ci vogliamo riconoscere, in quanto queste discipline hanno un rilevante spessore di carattere scientifico che nulla ha a che vedere con l’ambiente dei cosiddetti “aspiranti stregoni”.

Una situazione di trasparenza è la condizione migliore per favorire lo sviluppo di queste arti e per farne emergere il valore dal punto di vista del profilo professionale.

Peraltro siamo convinti che esse debbano svilupparsi e vivere in piena autonomia sia dal settore sportivo che da quello medico, che tuttavia possono senz’altro essere ambiti applicativi di queste discipline, e che comunque sono ambienti coi quali si è sempre collaborato e coi quali ci auguriamo prosegua una collaborazione per un effettiva crescita reciproca ancor più produttiva di quella che è stata in questi anni di attività sommersa.”

Le iniziative regionali hanno avuto un iter più rapido di una legge a livello nazionale, non certo per cattiva volontà del settore Shiatsu o di altre discipline, che si sono e si stanno tuttora adoprando ad una legge nazionale che rispetti comunque i diritti sia degli utenti che degli operatori di settore, con senso civico secondo i parametri del concetto democratico europeo e non certo a solo privilegio delle corporazioni di mestiere tristemente note.

Per quanto riguarda la mia persona, posso confermare la mia presenza all’Audizione in Regione del 12 dicembre 2003, affiancata da un rappresentante del c.r.t. del M° Mescola e anche di altre associazioni di settore.

Debbo però contestare l’intervento attribuitomi, in quanto, in quella sede, non ho fatto alcun intervento e lo stesso vale per il rappresentante del c.r.t. cosa facilmente dimostrabile dal registro degli interventi.

Debbo oltremodo contestare di aver mai presentato il Taijiquan e tutte le arti marziali come discipline curative, in merito a questo argomento fanno fede la relazione da noi presentata in regione e il testo di legge stesso.

Lo stesso posso confermare per altre associazioni presenti come il c.r.t.

L’unico intervento del nostro settore, in data 12 dicembre 2003, è stato fatto dal sig. Walter Lorini, presentatosi come associazione “Jing Qi”, proponendo il Qi Gong e il Tui na come discipline bionaturali e invitando la commissione ad inserire una postilla, che escludesse dal futuro registro, quelle discipline già regolamentate da altri settori istituzionali, come il Taijiquan, perchè già regolamentato dal CONI.

Come già in precedenti interventi, gli è stato ha fatto rilevare come non vi è alcuna preclusione all’iscrizione per tutte quelle discipline che si vogliono riconoscere nell’ambito bionaturale, così come viene definito e caratterizzato dalla relazione introduttiva e dal testo di legge stesso; che escludono a priori qualsiasi conflittualità di carattere professionale con altri settori. Per questo motivo l’elenco delle discipline è aperto e il loro inserimento verrà vagliato dalle commissioni specifiche preposte dal testo di legge stesso.

Pertanto le affermazioni fatte nell’ editoriale siglato Gsb, sono assolutamente prive di fondamento, oltre che tendenziose ed arbitrarie, quando si riferiscono a: fantasmagorici individui che esercitano strane forme di potere e che promuovono iniziative personali opportunistiche che andrebbero a precludere chissà quali occulte opportunità per i praticanti “seri” di arti marziali.

Non avendo avuto il piacere di incontrare la Sua persona in alcune di queste occasioni, debbo supporre che Ella sia stata male informata e mi meraviglia che una persona della sua serietà, si esponga ingenuamente ad assumere il ruolo, ormai passato di moda, del Ponzio Pilato di turno, affrancando menzogne ed illazioni ed alimentando inutili allarmismi di stampo terroristico.

La invito pertanto, per il prossimo futuro, a documentarsi con più obiettività professionale, prima di attribuire parole non dette al sottoscritto e ad altri e ad avallare, di conseguenza, articoli come quelli sottoscritti dal sig. Gsb, che non merita comunque il licenziamento in tronco, ma almeno un corso di aggiornamento, per un adeguamento ai canoni etici e deontologici propri dell’Ordine dei Giornalisti.

Cordiali saluti,

Maurizio Gandini

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