MITO E REALTA’ DELLA FORZA INTERNA

Note: il testo seguente verrà corredato da opportune illustrazioni, i lettori sono invitati a partecipare con osservazioni e domande, per arricchire un lavoro che non vuole avere la pretesa di sostenere verità assolute, ma di stimolare la creatività di ciascuno, sull’esempio dei praticanti di “Nuovo Orizzonte”

In questo contesto non si pretende di dare delle risposte assolute, ma solo di fornire degli strumenti critici che possano aiutare ad indirizzare la ricerca e la pratica in una direzione apprezzabile da un punto di vista materiale, concreto.

L’energia interna, o forza interna, è sempre stato un argomento che ha suscitato interesse e curiosità, non solo nel campo delle arti marziali, ma anche nell’ambiente delle discipline spirituali e della medicina naturale in genere.

Molto spesso si suole rivestire questo tema di un alone mistico, misterioso.

Ciò è dovuto ad un vizio di forma: in Occidente, nonostante le scoperte della fisica moderna, la mente si muove ancora entro i limiti posti dalle regole della fisica newtoniana e della geometria euclidea, pertanto il movimento corporeo e il suo potenziale rimangono confinati in questo ambito, che il taoismo definisce mondo della forma o Cielo Posteriore, tutto ciò che è al di fuori di questo campo diventa magia, metafisica.

Sostanzialmente la realtà viene vista come appare.

Il taoismo, con la concezione della contemporaneità e interazione del Cielo Posteriore e del Cielo Anteriore (il mondo della non forma) anticipa di qualche millennio le scoperte della “…fisica quantistica che modifica la visione della realtà, considerandola non tanto come appare, ma nella misura in cui la si conosce.” (G. Boschi-“Medicina Cinese: La radice e i fiori”-Erga ed. pag. 344)

Nel corso degli ultimi anni abbiamo avuto occasione di assistere a numerose dimostrazioni di grande effetto, relative alle potenzialità del corpo umano.

Senza nulla togliere all’indiscussa abilità che bisogna conseguire per realizzare determinati esercizi, si può affermare che la gran parte di queste dimostrazioni non hanno nulla a che vedere con la forza interna; la gran parte degli effetti dimostrati è facilmente spiegabile con gli strumenti che ci offre la fisica elementare, che tratta dei fenomeni “esterni”.

Mi riferisco al piegare lance o spade col collo; a rotture di pietre su letti irti, forse in modo un po’ troppo fitto, di chiodi; alla camminata sui carboni ardenti di qualche apprendista stregone e a qualche proiezione spettacolare.

Indubbiamente queste manifestazioni sono di indiscutibile effetto, ma chi pratica da anni con etica e devozione non può nascondere che tutto questo non può che essere relegato nel mondo dei “trucchi”, meglio rappresentato nelle manifestazioni circensi da acrobati e prestigiatori.

Il fascino del magico ha sempre esercitato una forte attrazione sulle persone comuni e i più perspicaci hanno avuto buon gioco a sfruttare questa attrazione speculandoci sopra a scapito dei più ingenui.

Ritengo che come cultori di una disciplina o arte marziale, che dir si voglia, ci si debba dare obiettivi di maggior spessore.

E’ necessario prendere in esame da un punto di vista materiale, concreto, ciò che si intende per energia esterna ed interna e considerarne i campi applicativi, dopo di che ciascuno sarà libero di trarre le proprie conclusioni.

Si ha un uso di energia esterna, quando i muscoli, comandati volontariamente dalla mente, muovono la struttura ossea ed esprimono potenza, forza, sotto varie forme.

Viene definita forza esterna in quanto il motore (muscolo) agisce dall’esterno sulla struttura (ossa) attivato da un’esteriorizzazione dell’attività mentale volontaria.

L’esito di questo processo può essere ottimizzato con l’uso di leve favorevoli: leva semplice, ruota, carrucola ecc.

Nell’ambito delle arti marziali possiamo riscontrare come l’Aikido sia la disciplina che ha raggiunto il massimo livello di ottimizzazione del movimento esterno, sfruttando la combinazione di leve favorevoli.

Questo sistema viene adottato anche da molti maestri di discipline interne di origine cinese.

L’adozione di leve favorevoli può essere utile a comprendere come non sia necessario usare molta forza per proiettare un avversario, quindi può essere una efficace fase di passaggio per l’allenamento della forza interna vera e propria; ma la leva non è ancora forza interna.

Chiariamo con un esempio pratico che cosa significa ottimizzazione della forza esterna.

Nel momento in cui veniamo afferrati per un polso, la nostra mente comanda ai piedi di collocarsi in una posizione dalla quale possiamo sfruttare una leva favorevole per poterci liberare e contrattaccare senza eccessivo sforzo.

Questa si definisce tecnica ed è senz’altro efficace.

Questo funziona perfettamente in palestra, in allenamento, o in gara, ma nel caso di un combattimento reale, dove entrano in gioco numerose componenti, soprattutto emotive, il successo non è poi così certo.

Se si vuole utilizzare la forza interna, la nostra strategia deve cambiare radicalmente.

In primo luogo la mente non deve agire in modo volontario per dirigere il movimento del nostro corpo; essa deve saper rilasciare il controllo sul corpo in modo che la forza esterna, impressa dall’avversario, lo coinvolga nella sua interezza, promuovendone il movimento spontaneo, al pari di una corda o un qualsiasi oggetto che afferrati da un capo si mettano in movimento adattandosi alla forma della mano.

Questa è la fase di assorbimento della forza esterna, quindi fase Yīn. la fase Yīn è come un gavitello sull’acqua, segue l’onda, non ha una propria direzione.

Quando la forza dell’avversario, dopo averci attraversato, arriva ad interessare i nostri piedi, abbiamo l’inversione del movimento; in questa fase, Yáng, la mente guida il corpo, come il capitano il veliero e restituisce all’avversario la forza che egli stesso ha generato.

Possiamo quindi definirla forza interna in quanto la forza agisce internamente alla struttura, questo avviene grazie ad un’attività mentale che si rivolge all’interno del corpo.

L’avversario non si trova sradicato solo fisicamente, come nel caso di una leva a lui sfavorevole, ma anche psicologicamente.

Infatti, nel momento in cui egli afferra il polso, anziché avvertire resistenza o movimenti esterni, che facilmente potrebbe individuare e controllare, egli avverte la propria forza fluire fuori della propria mano ed entrare nel corpo dell’altro.

Questa continuità di moto, che avviene all’interno della struttura, costringe la sua mente a seguire la propria forza o a lasciare la presa.

Abbiamo di fatto una perdita psicofisica del baricentro, mentre nel caso di semplice leva sfavorevole avremmo una perdita solo fisica, che una mente pronta e ben allenata può recuperare, impegnando al massimo la muscolatura posturale.

Inoltre, sappiamo che una leva favorevole è funzionale solo con materiali adeguati ai suoi parametri lineari, quindi nel caso di persone con notevoli differenze strutturali, essa risulterebbe vana.

Il movimento interno si sviluppa attraverso vari livelli.

Per conseguire la padronanza del movimento interno, è necessaria la pratica del movimento a spirale.

Il movimento a spirale è una forma transitoria dell’uso della forza da esterna ad interna.

Il processo mentale è ancora esterno e i muscoli giocano ancora un ruolo attivo, anche se cambia l’organizzazione del movimento nel suo assieme.

Col movimento a spirale le ossa non si muovono su piani (lineari) e in modo settoriale, bensì esprimono, ruotando attorno al proprio asse, una risultante assiale che può andare sia verso l’esterno che l’interno del corpo.

Come esempio possiamo considerare l’azione penetrante di un chiodo rapportata a quella di una vite.

La potenza che si esprime, a parità di dispendio di energia muscolare, col movimento a spirale è di gran lunga superiore ad un’operazione di semplice estensione degli arti ed è facilmente calcolabile.

L’unica condizione che non ci fa ancora definire “interno” il movimento a spirale, è l’azione della mente sui muscoli.

Riassumendo:

La forza esterna è agita dai nostri muscoli comandati volontariamente dalla nostra mente verso un obiettivo, senza considerare la conformazione strutturale del corpo; genera di conseguenza forze tangenziali ed esterne alla struttura che sono lesive per la stessa.

È tendenzialmente settoriale, non coinvolge l’intero corpo: il movimento è lineare ed ha un inizio ed una fine.

La forza interna, non è agita dai muscoli, la mente ha (solo) una funzione di guida e controllo del movimento interno nel pieno rispetto della struttura.

Le forze che si generano sono coerenti con la struttura e producono una risultante interna alla struttura stessa. Il corpo è coinvolto in ogni sua parte e il movimento è circolare. Il corpo si muove nello spazio con un andamento iperboloide.

La forza del movimento a spirale è agita dai nostri muscoli comandati volontariamente dalla nostra mente verso un obiettivo, considerando la conformazione strutturale del corpo.

Le forze che si generano sono coerenti con la struttura e producono una risultante interna alla struttura stessa. Il corpo è coinvolto in ogni sua parte e il movimento è circolare, la forza ha un andamento lineare su una traiettoria iperboloide.

In ogni caso la differenza tra movimento a spirale e movimento esterno comune è già notevole.

La mente gioca un ruolo determinante: abbiamo visto che nel muoversi comune, esterno, la mente ha un ruolo unicamente direttivo ed è “separata” dal corpo e ciò può causare Dānni a lungo andare molto seri.

Gli esempi più banali di come la mente può arrecare Dānni al corpo con un movimento inadeguato sono gli strappi muscolari, i blocchi articolari (volgarmente definiti: torcicollo, colpo della strega, nervi accavallati ecc.), le patologie artrosiche, come effetti cronici a lunga scadenza.

Con il movimento a spirale la mente ha un ruolo di controllo sul movimento corporeo, quindi la sua funzione direttiva è al servizio del corpo.

Nel caso del movimento esterno mente e corpo agiscono senza unità d’intenti, quindi abbiamo dispersione energetica ed usura.

Col movimento a spirale otteniamo una concentrazione della forza all’interno della struttura, che tende, di conseguenza, a tonificarsi.

Il movimento esterno produce sollecitazioni esterne e trasversali alla struttura, mentre col movimento a spirale le forze corrono nel senso delle fibre della struttura.

Come per il movimento esterno vero e proprio, anche il potenziale del movimento a spirale può essere accresciuto con un adeguato allenamento muscolare; anche se sarà sempre più potente del semplice movimento esterno, la sua crescita avrà comunque un limite.

Lo dimostrano i record dei vari sport, salto in lungo, salto in alto ecc.: anche ricorrendo ad integratori alimentari adeguati (più o meno doppanti), i risultati, sulla lunga scadenza, si differenziano di strettissime misure.

E’ il caso di riprendere i testi classici, nei quali si afferma che la forma ha un confine, e di conseguenza un limite, mentre il “vuoto” non ha limiti.

Se agiamo all’esterno del nostro corpo, saremo condizionati dai limiti spazio temporali, mentre se rivolgiamo l’attenzione al nostro interno, potremo scoprire risorse incommensurabili: questo grazie ad un processo che si definisce alchemico, e che si sviluppa con la pratica della Piccola Rivoluzione Celeste

Quindi gli obiettivi che ci proponiamo con la pratica del movimento a spirale sono:

  1. Muovere il corpo nella sua globalità, rispettandone la conformazione fisiologica.
  1. Utilizzare le catene muscolari invece dei singoli muscoli, per mantenere il movimento all’interno della struttura ossea, senza dispersione di forze.
  2. Realizzare praticamente il concetto dei classici per il quale il movimento si origina da terra, viene governato dal bacino e si esprime esternamente nelle mani (e viceversa).
  3. Rendere circolare il movimento a spirale, quindi realizzare la condizione : tutto il corpo è bacino.

Ottimizzato il movimento a spirale, otteniamo un contatto della mente con la forza interna, o soffio, che è la sensazione della risultante interna della globalità della forza.

  1. Ottenuto, con l’ottimizzazione del movimento a spirale, il riequilibrio del corpo, possiamo dedicarci allo sviluppo del movimento interno vero e proprio.

La differenza tra movimento a spirale e movimento interno è quindi minima, ma sostanziale.

Abbiamo visto come per praticare il movimento a spirale, la mente si deve concentrare all’interno del corpo, ma conserva ancora un’azione direttiva sull’attività muscolare, che è ancora motore del movimento.

La rappresentazione alchemica taoista definisce questo comportamento come “mettere la mente nel Dān Tián”, ovvero “mettere il fuoco sotto l’acqua”.

È chiaro come le rappresentazioni taoiste, in mancanza di un linguaggio appropriato vadano intese in modo dialettico e non meccanicistico.

(È facile scambiare un’indicazione di igiene sessuale col farsi il Bidet, piuttosto che girare portando sulla testa la copia di un testo sacro, anziché averlo impresso nella mente. Purtroppo gli integralismi religiosi ci offrono una gamma fin troppo vasta di simili interpretazioni)

La costruzione del movimento a spirale è il primo passo da compiere nel processo dell’alchimia interna, quello del riequilibrio del corpo.

La mente ha un ruolo fondamentale: con l’esperienza del movimento a spirale, essa impara a mettersi in contatto con il soffio, con il movimento del corpo in equilibrio e spontaneo, e può iniziare a interagire dirigendo il soffio e facendo sì che sia esso a muovere il corpo.

Si realizza così la condizione per la quale: prima viene la mente, poi la forma, essa deve essere corretta; se la forma è corretta si manifesta il soffio, quando il soffio si manifesta la mente guida il soffio e il soffio muove il corpo.

Un ulteriore sviluppo della forza interna si ottiene, a questo punto, esercitando questa nuova funzione della mente, anziché i muscoli.

Questa nuova funzione viene definita Yì.

Lo Yì si può definire come la capacità della mente di dilatare la dimensione spazio-temporale, all’interno del proprio corpo.

Questa fase non può prescindere da una revisione della propria struttura emozionale. Quando il corpo è in equilibrio il Jīng si trasforma in Qi e questi in Shén, sostanzialmente abbiamo generato il nostro Tai-Ji riunendo la mente al corpo.

Per poter procedere nel percorso dobbiamo unire la mente al cuore, quindi armonizzare le emozioni, con gli intenti.

Non voglio dilungarmi su questo aspetto, perché sono stati scritti libri molto validi sull’argomento, vorrei solo sottolineare l’importanza che a questo punto bisogna dare a concetti quali: sentire-aderire-seguire: saper cedere, non agire.

L’ostacolo maggiore che si incontra nello sviluppo della forza interna è dato dalle nostre ambizioni, dalla nostra volontà di successo, sembra paradossale, ma questi intenti sono in antitesi con i princìpi del Tao.

Tutto il percorso di studio del proprio movimento interno è quindi accompagnato dalla pratica in coppia detta Tuī Shǒu.

Inizialmente i due praticanti armonizzano il movimento del proprio corpo con quello del partner, in questa fase si sviluppano i princìpi di sentire-aderire-seguire: saper cedere, non agire.

Si crea una condizione di scambio energetico che si differenzia da un normale incontro tra due individui.

Quando si è raggiunto questo obiettivo individualmente, si procede nella costruzione di un unico Tàijí.

Sostanzialmente dopo aver unificato il movimento della propria struttura, si cerca di fare altrettanto con la struttura del partner: il suo braccio diventa il nostro braccio; il suo tronco, il nostro tronco; le sue gambe le nostre gambe, il suo bacino, il nostro bacino, in sostanza le due persone si trasformano in un’unica persona in movimento.

Con il movimento a spirale generiamo una forza interna simile al flusso dell’acqua, quindi non rettilinea, che può essere convogliata in uscita da qualsiasi parte del corpo.

Sviluppando ulteriormente il movimento interno possiamo osservare che la forza interna diventa ancor più eterea, come l’aria: essa non fuoriesce più da una qualsiasi parte del corpo, bensì vede lo stesso corpo nella sua globalità, muoversi con l’altro, su un percorso che definiamo iperboloide, simile a quello dei corpi celesti.

Quando la mente è in grado di percepire la concavità della materia e interagire non con le particelle di materia, ma con lo spazio nel quale esse si muovono e si rincorrono di continuo, abbiamo realizzato il principio di trasformare l’insostanziale in sostanziale.

A questo punto non vi sono parole che si prestino a disquisire ulteriormente sull’argomento, ma è facile intuire come raggiunto questo livello non ci siano più limiti per accrescere la forza interna.

Per concludere: la forza esterna è parte della nostra energia vitale, ci appartiene direttamente e la governiamo direttamente.

La forza interna non ci appartiene, essa è la stessa forza che muove tutte le cose: per usarla, dobbiamo imparare a conoscerla; solo svuotandoci completamente di tutte le ambizioni potremo interagire positivamente con essa.

In quanto forza della natura, o dell’Universo, come sosteneva Wáng Xiāng Zhāi, non possiamo imporle la nostra volontà diretta, ma possiamo governarla, se rispettiamo le sue leggi, come il capitano governa abilmente e con successo un veliero e i suoi marinai, interagendo con il mare in tempesta e il vento contrario.

Per quanto riguarda l’applicazione marziale, perché il Tàijíquán è un’arte marziale, possiamo asserire che allenare la forza esterna richiede meno tempo che allenare quella interna, quindi un confronto a parità d’allenamento è senz’altro perdente.

Qui ci si scontra con lo scoglio più aspro della pratica: accettare la sconfitta.

Solo accettando la sconfitta possono scattare quei meccanismi di ricerca della vera forza interna che non ha nulla a che fare con la forza bruta e con la strategia di un normale combattimento.

Per la nostra cultura risulta difficile concepire come debolezza, morbidezza e cedevolezza possano essere elementi vincenti, per la natura, se preferite il tao, no.

È l’inconsistenza del vuoto (paradossalmente molto consistente) la causa dei terremoti, come degli uragani e degli incendi diffusi e delle inondazioni.

Alcune domande degli studenti di ‘Nuovo Orizzonte’ al Maestro Maurizio Gandini al termine della Sua conferenza

Angela: essendo una persona molto pratica e razionale è per me difficile concepire l’uso della ‘forza interna ‘ durante la vita quotidiana sia essa legata o meno alla pratica del Tai Chi. Però da quando pratico Tai Chi ho avuto dei piccoli segnali che sembrerebbero indirizzarmi verso un ‘diverso sentire’……è possibile considerare dei piccoli mutamenti fisici (come il flusso di energia che provoca calore durante la forma, la migliore concentrazione, il maggior equilibrio e destrezza) quali segnali della ‘forza interna’ che cerca di manifestarsi?

Quelle sono “sensazioni” interne, è già un buon risultato avvertirle; ma come puoi rilevare, non è facile gestirle e organizzarle, sono come tanti fiammiferi che si accendono e sono subito spenti. Per questo anche il dolore è una manifestazione di energia interna, quando non è provocato dall’esterno. Sono sensazioni sottili, sarebbe più opportuno volgere l’attenzione alle sensazioni più consistenti, più materiali, ad esempio sapere dove e come abbiamo messo i piedi, se siamo in grado di tornare sui propri passi, partire dalle cose semplici, da dove si è fisicamente, là dove siamo in grado di riconoscere la nostra realtà corporea. Ad esempio: se la forma che assumiamo è corretta, se vengono rispettati gli allineamenti articolari, se questa condizione di equilibrio viene mantenuta mentre passiamo da una posizione all’altra, ecc. ecc. Quando avremo consapevolezza del nostro essere fisico, materiale, nello spazio, allora potremo rivolgere la nostra attenzione alle energie più sottili, senza procurarci troppi danni.

Raul: il tipo di forza interna di cui ci hai parlato è applicabile anche ad un corpo inanimato, ad esempio spostando od alzando un corpo pesante. Oppure non essendo l’impiego della forza interna collegato alla struttura di mente-corpo-spirito dell’opponente?

È possibile anche con un oggetto inanimato, il punto è che bisogna creare una connessione della propria struttura con quella dell’oggetto, a questo punto si mette in atto un movimento spontaneo, ci si muove con l’oggetto, del quale siamo diventati parte integrante, nello spazio, su un percorso iperboloide, paragonabile a quello dei corpi celesti. Poi in merito al fatto che un oggetto sia inanimato…L’uomo pensa, a differenza del mondo animale, vegetale e minerale, ma non sente come il resto della natura, con il Tao, se preferiamo; questo non basta a dire che è un essere “animato”. Un sasso non distingue tra mente corpo e spirito, l’uomo sì. Il suo livello di consapevolezza si scontra con il proprio pensiero, un sasso, almeno, ha una coscienza vibrazionale, l’uomo ha coscienza? Un sasso non ha bisogno di praticare Tàijíquán.

Claudia: in merito alla Tua affermazione relativa al mantenimento della stessa altezza durante l’esecuzione della forma e la sua relazione con la stabilità emotiva, gradirei approfondirne il rapporto. Se le oscillazioni verticali manifestano o comportano instabilità emotiva cosa mettono in luce quelle laterali?

Le oscillazioni laterali stimolano la visione periferica, per intenderci, su un percorso rettilineo verso un obietto, il nostro sguardo è come quello di un cavallo con i paraocchi. La visione periferica permette di valutare eventuali interferenze sul nostro percorso e affrontarle; con la visione del cavallo, le interferenze ci colgono impreparati.

Ho notato che durante la mia pratica avverto una separazione tra le gambe che vengono attratte verso il basso e il busto che tende a distendersi verso l’alto ammortizzando qualunque oscillazione eccessiva sia essa verticale o laterale. In relazione alla stabilità emotiva sono in una posizione corretta?

Quello che provi dimostra che ti muovi con il baricentro parallelo al suolo, altrimenti non potresti avvertire quella sensazione, per mantenere la stabilità emotiva devi mantenere l’attenzione sul baricentro e sentire l’allontanamento della parte bassa da quella alta. Se vai in alto o in basso con la mente, anche se il movimento è corretto, non puoi mantenere stabilità emotiva, tra l’altro: non mantenendo la mente al centro, anche il movimento perderà di correttezza, ti sentiresti o troppo pesante o troppo leggera. I classici dicono: tenere sempre l’attenzione sul Dān Tián. Se si riesce in questo si avverte un’espansione del proprio corpo, verso l’alto e verso il basso, in primo luogo, successivamente anche sulle otto direzioni, si allarga il Dān Tián, di fatto. Questo è comunque un argomento molto complesso.

Riccardo: i grandi Maestri del passato sono scomparsi insieme al loro contesto storico-geografico; siamo di fatto proiettati verso un contesto completamente differente ed il Tàijíquan è diffuso in tutte le latitudini e praticato in differenti situazioni culturali. Può aver senso ipotizzare una ‘via occidentale della pratica’ come contributo e sviluppo della tradizione orientale? Anche in Italia un buon numero di maestri di cui fai parte, sta tracciando un significativo percorso in questa direzione. Puoi formulare un profilo ed un giudizio di questa esperienza?

E’ un processo storico oggettivo, non tanto legato ad un’aspirazione per un mondo migliore, ma al ritrovare una parte di sé, parlo di noi “maestri”.

Quando cerchiamo su di una spiaggia veniamo colpiti da una conchiglia, piuttosto che da un pezzo di vetro antico, la nostra attenzione cade sull’ aspetto esteriore dell’oggetto, non ci curiamo degli innumerevoli granelli di sabbia che l’hanno trasformato in quel modo.

Il maestro di un tempo non è diverso da quelli che erano i nostri maestri e re, dotti in stile di vita.

Noi non siamo gli eredi di “quei maestri”, almeno io non mi ritengo tale.

Si suole dire: Riconoscerai le ragioni di tuo padre quando tuo figlio comincerà a darti torto.

Beh, secondo il ribaltamento del Tàijí, si può anche pensare: riconosci il dissenso di tuo figlio e ti libererai del padre.

La storia non la fanno i maestri, ma gli allievi.

Poi lo sappiamo: bisogna far mercato, c’è la moda…comunque ci sarà un senso nei classici quando dicono: trova il maestro che è in te…

Io spero proprio che non ci sia una via occidentale alla pratica, sarebbe un disastro.

Oriente e occidente devono trovare il modo di far interagire le loro esperienze, se prevale uno sull’altro è la fine.

Siamo sempre lì: Yīn o Yáng? Così non può essere Tàijí. La nostra specie deve saper trovare una adeguata relazione tra industrializzazione occidentale e rapporto con la madre terra, se vuol godersi questa vita terrena; se pur breve, dal momento che c’è, perché non godersela? La linea retta e quella curva non sono in antitesi, nel simbolo della scuola di Shanghai, in mezzo al Tàijí c’erano una spada e un dao incrociati.

Ti rimando all’articolo: “la terra è una sfera?” (cliccare)

L’occidente può offrire all’oriente la scienza, l’oriente la passione per la vita, la natura, la via dobbiamo tracciarla assieme. Ragione o istinto? Uomo o donna? Mente o corpo?

Spero che non nascano nuove formule che ripropongano sotto un’altra forma la disgraziata eventualità di una nuova via Yáng… Prima c’è stato lo Yīn, poi lo Yáng, adesso speriamo il Tàijí.

Licia: si legge e si sente sostenere che uno sviluppo della forza muscolare è antitetico alla coltivazione della forza interna. Non è invece possibile una coltivazione di entrambe, collegandole in modo armonico tra loro e finalizzandole allo stesso scopo? In altri termini la forza muscolare è di ostacolo all’esprimersi della forza interna?

Alcune scuole sostengono questa tesi, io sono dell’opinione che non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca.

O si sviluppa forza interna o si sviluppa forza esterna.

Collegarle in modo armonico tra loro serve solo a organizzare il movimento corporeo, solo come fase di transizione tra il movimento esterno e il movimento interno.

Il movimento fine a se stesso è nulla, quindi è necessario dirigerlo sui percorsi appropriati, che non sono determinati dalla propria volontà, bensì dalla propria struttura fisica.

Come è esposto nella relazione alla conferenza:

Il movimento esterno vede la mente che governa il corpo, senza curarsi dello stress a cui lo sottopone, pur di raggiungere un obiettivo.

Il movimento a spirale, ossia quello transitorio al movimento interno, vede la mente governare il corpo, ma nel contempo è al servizio del corpo, ne rispetta la struttura, pur non rinunciando a perseguire un proprio obiettivo.

In questa fase è necessario l’uso dei muscoli, che però lavorano in senso fisiologico alla struttura, senza stressarla, se non per farle perdere i vizi di forma accumulati nella sua storia precedente.

Quindi la forza muscolare non è di ostacolo all’esprimersi della forza interna, dipende da come la si usa.

In questo modo si procede alla Piccola Rivoluzione Celeste, che apre la strada alla Grande Rivoluzione Celeste.

Con la forma a solo si innesca la Piccola Rivoluzione Celeste, con la pratica a due, la Grande Rivoluzione Celeste, secondo il principio: il Piccolo non ha Interno, il Grande non ha Esterno.

Il movimento interno non richiede più una mente che governi, ogni singola cellula sa come deve muoversi, la pelle non è più un confine, ma un punto di interazione con l’esterno e tutto si muove in armonia.

Se Uno muove, tutto muove, ogni membro appartiene alla stessa famiglia.

Si può dire che da un movimento esterno senza alcuna direzione, caotico, settoriale, dove la libertà di movimento di ogni singola parte produce danno alle vicine, si passa ad un movimento organizzato sulla base della realtà fisica della nostra struttura, per far sì che il nostro corpo si possa muovere in piena libertà, senza che una parte rechi danno all’altra.

Che senso ha stare nel mezzo tra queste due condizioni?

Uno dei fondamenti della pratica è: non tenere mai il peso nel mezzo.

(attenzione a non far confusione con le domande di Claudia: l’attenzione, che non è il peso, va sempre comunque rivolta al centro)

Per passare dal movimento esterno a quello interno non è facile, bisogna lasciare qualcosa che si ritiene ci appartenga, vizi di forma, storie personali, tipo di educazione motoria, non per tutti è uguale.

Perdere se stessi, il proprio io, non è per niente facile.

Così succede che alcuni si accontentano di stare nel mezzo.

Fisico e psiche sono strettamente legati tra loro, il movimento fisico può raggiungere un buon livello di armonia, ma se non siamo in grado di far lo stesso con la mente, ecco che ci ritrova su un’altalena, più confusi che mai.

Come si fa ad allenare contemporaneamente la forza esterna e quella interna?

Fisicamente sono in antitesi tra loro, se rileggi le definizioni date nella relazione alla conferenza, puoi rilevare come partono da presupposti diversi.

Si può passare da quella esterna a quella interna, questo sì, può essere concepibile.

Anche qui bisogna stare attenti a non confondere la relazione che c’è tra Yīn e Yáng con quello che è il processo alchemico taoista.

Quando si parla di forza interna o esterna, come per tutte le cose, anche queste hanno rispettivamente degli aspetti Yīn e degli aspetti Yáng.

La forza esterna non è Yáng e la forza interna non è Yīn, la forza esterna appartiene al Cielo Posteriore, mentre la forza interna al Cielo Anteriore.

I due cieli non si identificano ne con lo Yīn ne con lo Yáng.

Sia il mondo della forma, che quello del pensiero, posseggono una equilibrata dose di Yīn e Yáng.

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