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1b8.LA STRATEGIA DEL COMBATTIMENTO NEL TAIJIQUAN - Tij Bi H

LA STRATEGIA DEL COMBATTIMENTO NEL TÀIJÍQUÁN

 

Il combattimento nel Tàijíquán ha una propria strategia, anche se non si esclude un’ azione d’attacco, esso è basato soprattutto sulla difesa.

Chiaramente la stessa cosa vale per tutte le discipline taoiste oltre che per il Tàijíquán.

Quando si porta un attacco esso avviene comunque su un’induzione energetica dell’avversario.

Per capire meglio le dinamiche del combattimento è utile vedere come si comporta una persona normale in tale caso.

L’azione del corpo è determinata da un’azione volontaria mentale, normalmente individuato il punto da colpire, la mente organizza le forze e dà l’input ai muscoli per l’azione.

Per sferrare un colpo con una certa potenza è necessario avere una buona base d’appoggio, è possibile farlo anche senza appoggio: immaginate come si può tirare un pugno galleggiando nell’acqua, è possibile, ma non si riesce a sviluppare la stessa potenza di quando si hanno i piedi ben saldi a terra.

Per dimostrare questo, è sufficiente porsi su di un ripiano che regga solamente il proprio peso su di un solo piede, per accorgersi di quanto sia importante la solidità dell’appoggio nel momento in cui ci si appresta a colpire.

Una volta sferrato il colpo, vuoi anche con una finta ben riuscita, è difficile deviarlo, esso può essere doppiato, nel caso di un pugno, col gomito o con altra parte del corpo, ma solo se l’avversario è sprovveduto.

Nel Tàijíquán la risposta ad un attacco è quasi sempre risolutiva, mette cioè l’avversario in una condizione di impotenza.

Tutto questo avviene se si rispettano i princìpi del Tàijí.

Due persone che combattono sono paragonabili a due corpi che si scontrano, ciascuno con la propria forza, indipendenti nel movimento l’uno dall’altro.

Chi attacca è in una condizione che definiamo Yáng per una serie di motivi:

La decisione dell’attacco è volontaria.

Esso va portato utilizzando i muscoli che muovono la struttura ossea, qualsiasi sia il colpo da tirare.

Questo implica un appoggio a terra o comunque su una base solida atta a sostenere la spinta necessaria per far partire il colpo.

Chi subisce l’attacco deve osservare con attenzione l’avversario e reagire prontamente per deviare e parare l’attacco, quindi contrattaccare; se usa le stesse metodologie Yáng dell’attaccante deve essere estremamente più abile, per batterlo con un buon tempismo.

Esiste una strategia per il combattimento tradizionale, esterno, almeno che non sia Tàijí, fatto di finte, di tecniche e altro.

La difesa viene impostata comunque basandosi sulla forza muscolare e la prontezza visiva e mentale.

Tutto questo implica un grande dispendio energetico, sia fisico che psichico e che comunque non garantisce il successo.

Osservando i principi Tàijí le cose stanno in modo diverso.

In primo luogo lo sguardo va posto sull’intenzione dell’avversario, non sulla sua figura.

In una situazione critica si attende il movimento dell’altro, per poter utilizzare la sua forza anziché la propria.

La mente di conseguenza è in una situazione di estrema attenzione e non è divisa tra l’opportunità di attaccare o difendersi.

Quando l’avversario si accinge ad attaccare mette in atto una serie di processi inarrestabili, solo in questo istante si parte dal nostro versante, mai un attimo prima.

Questa situazione di estremo tempismo, può essere interpretata come un attacco d’anticipo, in realtà rientra ancora nell’atteggiamento di una difesa, che è contemporaneamente un attacco.

Esiste anche la possibilità di attaccare secondo i principi Tàijí, ma la dinamica è estremamente complessa e meno sicura dell’atteggiamento difensivo.

Se si attaccasse di propria volontà, si cadrebbe nei limiti dell’avversario, che ora prendiamo in esame.

In primo luogo, per legge fisica, per sferrare un colpo dobbiamo prima caricarlo; quindi, una volta scelto il bersaglio, dobbiamo caricare il peso su un piede o sull’altro, per poter partire in attacco con un colpo decisivo.

Si può partire con un’azione di disturbo, ma questi colpi sono facilmente intercettabili e comunque non letali o tali da impedirci una reazione difensiva.

Nel momento in cui l’avversario carica il movimento a terra, ci si protende verso di esso alla ricerca del contatto.

Il contatto deve essere tale quale quello che si cerca quando si sale su di un mezzo in movimento.

La cosa non richiede forza alcuna, solo prontezza e leggerezza.

Se dobbiamo spostarci nello spazio senza dover esprimere forza, è sufficiente avere un appoggio che regga il nostro peso su di un solo piede.

Il nostro movimento è determinato dallo spostamento del baricentro e dalla forza di gravità, gli arti servono da supporto per mantenere l’equilibrio.

Sostanzialmente è come se ci si lasciasse cadere verso l’avversario.

Il punto di contatto con l’avversario diventa il nostro punto d’appoggio, con esso costruiamo una stretta connessione tra la nostra e la sua struttura.

Questo atteggiamento, che definiamo Yīn , ci permette di far sì che i due contendenti non siano elementi separati, che prendono forza da terra per muoversi linearmente nello spazio, ma si trasformino in una sfera il centro della quale è mantenuto dall’elemento Yīn . L’elemento Yáng trovandosi alla periferia, subirà l’energia di questa sfera in movimento.

Una sfera su di un piano è chiaramente immobile, essa si muove solo quando il piano viene inclinato, il movimento sferico che si genera con il Tàijí è paradossale, perché si metta in atto bisogna ben intendere che cosa è la forza interna, lo e la relazione che intercorre tra il cielo posteriore e il cielo anteriore, argomenti che vanno trattati a parte.

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